11/02/2020

#ECONOMYVIRUS

“Il futuro è imminente e apocalittico”.


Lo senti nell’aria?

Questo senso di minaccia latente.

Una nube tossica che da anni pervade i mercati e si fa sempre più densa.


Forse non lo percepisci a livello logico-razionale, ma c’è una parte di te, quella più vicina all’istinto primordiale, che si rende conto di non potersi assopire con leggerezza: la pandemia sta contagiando uno dopo l’altro tutti gli sventurati settori tradizionali.


Eccolo! 

È l’#economyvirus!

Non è un segreto che il default finanziario globale sia ad un misero passo e scrutando ogni referto appare chiaro che il periodo storico in cui stiamo vivendo ha tutti i tratti dell’agonia sociale.

Le piccole aziende occidentali si consumano come fiamme di candele prive di quell’ossigeno che viene interamente consumato dalle grandi Multinazionali, veri e propri mostri catalizzatori di risorse, peraltro refrattari anche alla più caritatevole contribuzione fiscale.

L’economia, affetta da un letale agente patogeno, mostra forse gli ultimi afflati e si appresta a collassare.

L'economyvirus, il virus della centralizzazione.


Quali sono i sintomi che consentono questa diagnosi?

Analizziamone un paio.

1. Epidemia di disoccupazione

Abbinata ai dati democratici pianta una serie di croci sul nostro cranio:

i grafici sulle nascite - non solo nostrani ma anche di aree come il Nord America - si stanno convertendo in linee piatte.


Sempre meno giovani, forti, motivati e sani, che subentrano ai pensionati e che, quindi, possono sostenere la spesa per le varie forme di assistenzialismo che gravano sulle casse pubbliche.


"L’immigrazione è una medicina?"


No. Metti in quarantena la politica, le logiche di partito e gli ideali ormai infetti; seguimi in un discorso puramente logico: il mercato del lavoro è sempre più orientato al terziario, ovvero ai servizi, e sempre meno alla produzione agricola e industriale - ovvero quei settori dove è meno necessaria una preparazione scolastica a fronte di una maggiore predisposizione al lavoro fisico, usurante, spesso a bassa specializzazione e dove le retribuzioni sono più modeste. Ovvero, in altri termini, quei settori dove è più facile per persone di bassa istruzione, quali sono, purtroppo, i migranti, trovare impiego.

[ Settimana scorsa ero in Regione Lombardia, il Vicepresidente Fabrizio Sala ha dichiarato che nel 2020 si concluderà la realizzazione di una stampante 3d per la costruzione di ponti.
Hai capito bene, una macchina capace di 

STAMPARE

PONTI. ]

E’ una prognosi che conoscimo da decenni: il progresso tecnologico emanciperà sempre di più l’uomo dai lavori manuali.


Spesso mi chiedono quali specializzazioni prescriverei ad un giovane, io rispondo che non c’è da aspettare ulteriormente per decidersi ad orientare il proprio percorso di studi verso professioni floride come lo sviluppatore software.


Nel frattempo gli Stati amputano fondi per le aziende private, che avrebbero potuto impiegarli con maggior cura, per sostentare le categorie non produttive. Pensionati, disoccupati e nullafacenti beneficiari di redditi di cittadinanza, spesso immeritati.


Le nuove forze produttive si trovano a ricevere offerte per attività per lo più zoppicanti, part-time e prive degli ingredienti necessari per una prospettiva futura sana. Ed ecco che si entra così in un letale circolo vizioso: se non ho una posizione stabile non faccio famiglia, dunque non metto al mondo figli…

2. Le bolle artificiali di settori primari


Mi riferisco a quelli, come l’industria delle auto, che oscillano come dei pendoli tra l’entusiasmo delle vendite sospinte da doping (vedi alla voce “contributi statali”) e l’agonia dei necessari periodi di disintossicazione.

È negli Stati Uniti che, oltre un decennio fa, si è scoperchiato il Vaso di Pandora: Lehman Brothers, dilaniata dalle errate stime sui mutui subprime.

“Dottore, parli chiaro! Cosa vuol dire subprime?”

Giusto, sii paziente, a volte chi fa informazione cede al linguaggio tecnico.

Subprime è un cliente che non offre sufficienti requisiti per poter garantire la restituzione di un prestito.

In altri termini, i mutui subprime erano quei finanziamenti per l’acquisto di case caritatevolmente somministrati a persone che non se le potevano permettere. E che, quindi, sono finite per non ripagarli gambizzando (assieme ad altre patologie che magari analizzeremo in un’altra occasione) le banche, fino al crack dell’osso del collo del citato colosso.

Lehman Brothers.

Il tunnel della crisi in cui tuttora ci troviamo è cominciato proprio lì.


E no, non ne siamo affatto usciti! Al contrario, temo che presto entreremo in una fase ancor più cancerogena, poiché questa logica della erogazione di credito a clientela finanziariamente malata negli ultimi anni è stata riproposta dalle banche americane. Stavolta, peraltro, non più per l’acquisto di un bene primario e rivendibile come la casa, ma per oggetti tutto sommato superflui e condannati ineluttabilmente ad esaurire nel tempo il proprio valore: le auto.


Una stima provvisoria ma affidabile dice che nel 2019 negli USA sono stati rilasciati oltre 120 miliardi di Dollari in prestiti auto a mutuatari subprime.


Con la maggiorparte dei beneficiari che, smettendo di pagare le rate già dopo i primissimi mesi, ha già innescato una pericolosa emorragia.

Segnatevi Santander Consumer USA e di fianco aggiungete il vocabolo “deceduta”.

Bolla in fase di esplosione, bolla di cui hanno giovato i pochi fautori della centralizzazione e che ammorberà con le relative conseguenze molti: NOI.


Come si esce da questa nefasta situazione?

Non si tratta di demagogia, spicciola e riciclata, ma di una reale necessità: bisogna cambiare drasticamente le regole del gioco.

La pozione che può curare l’economia da questi mali si chiama decentralizzazione.

Solo con un’economia decentralizzata, solo con la panacea della Zero Economy - che toglie il potere dalle mani di pochi per restituirlo democraticamente a piccole e medie imprese, ai popoli -, solo con un sistema non più animato dagli interessi speculativi di manager (privati e pubblici) senza scrupoli, bensì da quelli della collettività potremo debellare l’economyvirus e curarci.


 




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